La dieta che funziona esiste ed è sempre personalizzata

In un mondo che propone come modelli fisici statuari e senza un grammo di cellulite o smagliature, tutti, uomini e donne, cercano con difficoltà ogni giorno di raggiungere la linea perfetta. Una missione a volte piuttosto difficile considerato che basta aprire un giornale per trovare molteplici proposte che promettono la perdita di peso. E nell’oceano delle proposte è lecita la do: COS’E’ VERAMENTE EFFICACE?

Che fare allora per porre rimedio al sovrappeso? la parola chiave è A dieta si, ma senza frustazione.

La dieta non serve se non è accompagnata dalla trasformazione delle abitudini e dell'atteggiamento che abbiamo nei confronti della nostra vita quotidiana. Ma non servono cambiamenti drastici, bastano piccole azioni in grado di cambiarci la vita... Per esempio fare uno o due piani di scale a piedi, usarea meno sale a tavola, consumare un po' di frutta e di verdura in più ogni giorno, aiutarsi con semplice automassaggio ecc. Nulla che "stravolga" la nostra vita!

E in più, non bisogna assolutamente privarsi dei buoni sapori, dei piatti che più ci piacciono. Altrimenti la dieta diventerebbe una prigione costrittiva che, se anche potrebbe regalarci la speranza di dimagrire, nel tempo risulterebbe immancabilmente fallimentare. Perché le diete di questo genere diventano "buoni propositi" che ci mettono ancora più in gabbia e ci costringono a seguire imposizioni che finiscono con lo schiacciare i nostri desideri, la nostra voglia di vivere.

Se assillati dall'eliminazione di alimenti gustosi, ci neghiamo volontariamente il piacere del palato e puniamo il nostro corpo, il risultato è che l'organismo, costretto a vivere in una situazione squilibrata, prima o poi si vendica, facendoci recuperare in pochi giorni tutti i chili che abbiamo smaltito in mmolti mesi di inutili sacrifici.

Il segreto per dimagrire è , quindi,seguire un regime adatto al proprio stile di vita ed alle proprie esigenze, con particolare attenzione per i proprio gusti. Molti di noi ricorderanno quanto sia frustrante portare avanti un regime alimentare con proposte sgradite e che mortifichi esageratamente il desiderio di consumare i cibi che si preferiscono. Bisogna, insomma, un equilibrio tra ciò che permette di perder peso e che sia, allo stesso tempo, in grado di nutrire e conservare quel sano piacere che l’alimentazione sa regalarci.

la giusta strada per il dimagrimento esiste ma occorre evitare il pericoloso ed inefficace fai da te.

Perché non è una falsa promessa dire che esiste LA DIETA efficace per ciascuno di noi.

 

Cosa significa perdere peso?

Dire “Ho perso peso” non significa niente. Il nostro corpo è composto da organi e ossa (con un peso fisso e stabile), muscoli, acqua e grasso. Perdere acqua induce un rapido falso dimagrimento e perdere i muscoli è un processo dannoso per la salute.
La corretta perdita di peso, definitiva e salutare può avvenire soltanto attaccando il “grasso corporeo”. E’ quindi sempre indicato intraprendere una moderata ma regolare attività fisica col fine di favorire il dimagrimento (perché è in grado di incrementare momentaneamente la spesa energetica e permanentemente il metabolismo basale).
La “dieta” non è una serie di pesi, divieti e prescrizioni da adottare per un breve periodo di tempo, quanto piuttosto un corretto stile di vita che rispetta le proprie abitudini, gusti e consuetudini.
Per questo deve essere semplice, comoda, elastica ma soprattutto personalizzata!
Diffidate da chi dice il contrario, perché spesso le soluzioni proposte sono pericolose per la salute.
Non esistono magie per dimagrire, bisogna cambiare lo stile di vita.
Immaginatevi che il nostro corpo sia una macchina da corsa e come tale deve avere un buon motore (metabolismo) che viene alimentato da un buon livello di carburante (nutrienti) e da una continua messa in moto (attività fisica).
Con poca benzina e poco utilizzo il motore non carbura.

 

lI fallimento delle diete ipocaloriche fai-da-te o non equilibrate.

Prima di lanciarci in una dieta ipocalorica non sicura, magari letta sul giornale o suggerita dall'amica,  ricordiamoci che la qualità del cibo è sempre più importante della quantità di cibo introdotta.

Lavorare sulla qualità vuol dire: consumare un prodotto invece di un altro, leggere le etichette dei cibi, evitare certi grassi e certi zuccheri, evitare quanto più possibile i cibi confezionati e precotti, aumentare il consumo di cibi vegetali e di fibra (cibi integrali).

Infatti, anche se fosse possibile controllare al grammo le quantità dei cibi, non si potrebbe sapere se quello che mangiamo è composto esattamente così come riportato sulle tabelle bromatologiche, ovvero la quantità esatta di calorie, carboidrati, proteine e grassi.

Non siamo semplicemente delle macchine brucia-calorie

Già nel 400 A.C. Ippocrate scriveva: "Se fossimo in grado di fornire a ciascuno la giusta dose di nutrimento ed esercizio fisico, né in eccesso, né in difetto, avremmo trovato la strada per la Salute". Ed aveva perfettamente ragione poichè è impossibile, ad oggi, conoscere esattamente il consumo energetico giornaliero di un individuo. Ciò che ci è possibile fare è stimare è un fabbisogno “medio” in relazione al sesso, all'età, allo stile di vita (sedentario, attivo).

Ecco perchè la pretesa delle diete ipocaloriche di far dimagrire imponendo al metabolismo una riduzione degli apporti calorici al di sotto del presunto consumo calorico giornaliero ha delle notevoli limitazioni e alcune importanti conseguenze:

  • una parallela riduzione degli apporti di sostanze nutritive che invece servono a far lavorare bene il metabolismo,
  • un senso di fame che spesso impedisce di portare a termine la dieta,
  • una conseguente depressione del metabolismo, che piano piano si adatta alla riduzione calorica imposta,
  • una conseguente depressione di tutte le attività organiche e fisiologiche (calo di energia),
  • un mancato apprendimento di un metodo utile a mantenere nel futuro il risultato conseguito (se il metodo infatti riguarda solo il pesare gli alimenti, state certi che nessuno continuerà a lungo!).

Le due carte vincenti: spingere al massimo il metabolismo e ridurre al minimo lo stato infiammatorio

Per dimagrire è assolutamente necessario agire sul metabolismo verificando se esistono le condizioni di:

  • infiammazione cronica
  • stress ossidativo

Se esistono (e sempre esistono queste condizioni, associate all'accumulo di adipe o massa grassa, soprattutto addominale), esse da sole spiegano il calo del metabolismo che porta ad aumentare ulteriormente il peso, in un circolo vizioso che si autoalimenta.

Tutti i fattori che portano ad aumentare infiammazione e stress ossidativo, sono anche gli stessi che favoriscono i processi d'invecchiamento, le malattie cardiovascolari, i tumori, la demenza, l'obesità e il diabete.

Allora, prima di mangiar meno, occorre risolvere queste intricate situazioni latenti conservando ciò che di buono c'è nelle nostre abitudini alimentari e rivoluzionando le abitudini scorrette (sostituendo alimenti, eliminandone altri, modificando le frequenze di consumo e le scelte d'acquisto).

Il binomio infiammazione - obesità

Ormai è cento: Il sovrappeso favorisce la comparsa di infiammazioni e, viceversa: la presenza di infiammazione cronica favorisce l'obesità, in un circolo vizioso estremamente dannoso.

La reazione infiammatoria serve normalmente a proteggere l'organismo. Ma talvolta l'equilibrio naturale entra in crisi ponendo le basi all'insorgere di uno stato di allarme permanente noto come "infiammazione cronica".

Talvolta l'infiammazione cronica serpeggia silenziosa sviluppandosi senza sintomi evidenti.

Le più comuni cause di infiammazione sono la nostra alimentazione (zuccheri, cibi ad alto carico glicemico, grassi animali, cibi industriali, ecc...) e la mancanza di attività fisica.

Altri fattori hanno un'importanza minore ma non trascurabile, tra cui certi allergeni alimentari (in particolare il glutine e il lattosio), il ridotto apporto di fibre, le infezioni, lo stress, l'esposizione a tossine.

Il ruolo dei mitocondri cellulari

Tutto ciò avviene attraverso il danneggiamento dei mitocondri, che sono i più esposti ai danni da radicali liberi. Quindi, se la produzione di energia cellulare viene danneggiata, i mitocondri lavorano più lentamente e i grassi, invece di essere metabolizzati, vengono accumulati sotto forma di tessuto adiposo.

Come spegnere l'infiammazione e approdare alla perdita di peso

Assumere alimenti di scarsa qualità (zuccheri, grassi trans, grassi saturi, ecc.) che non rispondono alle nostre reali necessità fisiologiche ed evolutive, scatena una serie di messaggi infiammatori che impediscono al metabolismo di funzionare correttamente.

Ci sono per fortuna degli alimenti che, oltre a farci dimagrire, inibiscono lo sviluppo di infiammazioni. Essi giungono fino al dna attivando segnali che promuovono la trascrizione di geni e ne spengono altri stimolando in tal modo il metabolismo energetico, che aumentano la protezione antiossidante e antinfiammatoria e ci permettono di detossificare.

Gli antiossidanti presenti nel cibo e in certi integratori possono spegnere le infiammazioni e dirigere il metabolismo verso l'utilizzo dei grassi: per questo è utile indirizzare la dieta verso il consumo di certi alimenti pur conservando varietà ed equilibrio.

Tutti i fattori che portano ad aumentare l'infiammazione e lo stress ossidativo, sono anche gli stessi che favoriscono i processi d'invecchiamento, le malattie cardiovascolari, i tumori, la demenza, l'obesità e il diabete.

Eliminare infiammazione e ossidazione equivale a dimagrire: rimedi pratici

  • evitare di mangiare troppo: l'eccesso favorisce i processi ossidativi ed esaurisce il nostro pool di antiossidanti
  • fare attenzione a cibi bruciacchiati e carbonizzati: contengono idrocarburi policiclici aromatici produttori di pericolosi composti radicalici (i "famosi" radicali liberi)
  • non eccedere nel consumo di zuccheri: calorie vuote, ovvero fonte di radicali liberi, ma privi di sostanze che aiutano a eliminarli
  • non eccedere con gli alcolici: 1 bicchiere al giorno sarebbe un limite ragionevole per tutti
  • ridurre l'esposizione a tossine, derivati del petrolio e metalli pesanti: bere acqua depurata e consumare il più possibile di prodotti biologici
  • evitare l'attività fisica in eccesso e in difetto (meglio compresa tra: moderata = 30 min di attività da svolgersi 3 volte alla settimana e intensa = 1 ora di attività al giorno: fuori da questo range è troppo poca o troppa)
  • migliorare la respirazione e quindi l'ossigenazione

 

12 buoni motivi per NON fare le diete dimagranti nel senso convenzionale del termine (poche calorie, tante proteine e pochi carboidrati)

1. non sono gestibili nel lungo periodo e paradossalmente diventano ingrassanti

2. abbassano il meta...bolismo con conseguente recupero dei chil

3. compromettono la composizione corporea perchè i chili persi interessano principalmente l’acqua, i muscoli e solo in parte il grasso

4. preparano il campo alla perdita di controllo e quindi all’ abbuffata

5. nei soggetti predisposti possono far scatenare anoressia, bulimia e il bed

6. espongono a danni renali, epatici, tiroidei e del sistema nervoso

7. più diete si fanno e più si fa fatica a perdere peso

8. provocano irritabilità, disturbi del sonno, disturbi dell’umore

9. All'inizio provocano euforia, ma poi le restrizioni non sono più gestibili e provocano disturbi del comportamento alimentare

10. Dimagrire, ingrassare, dimagrire di nuovo, recuperare infine abbondantemente tutti i chili persi: questo è quello che succede nel 95% dei casi

11. Si abbassano i livelli di serotonina con conseguente instabilità dell’umore e bisogno di cibo dolce

12. Il fallimento dietetico provoca sensi di colpa, bassa autostima, scarsa autoefficacia, fallimento
 

Obesità e infiammazione

Che infiammazione e obesità vadano a braccetto è risaputo da tempo. La questione aperta, però, è se sia l’obesità a provocare l’infiammazione oppure l’infiammazione a provocare l’obesità.

La risposta al quesito ce la fornisce l’abbondante letteratura scientifica al riguardo. Sono, infatti, ormai innumerevoli i lavori scientifici che forniscono prove convincenti sul fatto che sia l’infiammazione a precedere l’obesità e non viceversa.

Non a caso Eric Grimm, docente di epidemiologia e nutrizione alla Harvard Medical School, già nel 2007 commentava:  “Quella che ci troviamo a combattere non è un’epidemia di obesità ma un’epidemia di infiammazione”.

Ma come è possibile che l’aumento dell’infiammazione sia diventato il fattore determinante del dilagare dell’obesità? Per capirlo è necessario prendere in considerazione la produzione di un particolare tipo di grasso, l’acido arachidonico (AA), e la crescita della sua presenza nell’organismo in conseguenza del moderno modo di alimentarsi.

L’acido arachidonico è l’elemento base per la creazione degli eicosanoidi “cattivi”, quelli che mantengono in fase di attacco il sistema immunitario, favorendo la distruzione cellulare.

Una quantità modesta di acido arachidonico è assolutamente necessaria e innocua  per l’organismo, una quantità oltre il livello di guardia può avere, invece, conseguenze anche molto gravi sull’organismo (fino a provocarne la morte). In passato due fattori alimentari hanno impedito all’acido arachidonico di raggiungere nell’organismo quote nocive: il bilanciamento nella dieta tra acidi grassi omega 6 e acidi grassi omega 3 (rapporto 4:1) e quello tra proteine e carboidrati. Il motivo è che ambedue questi fattori interagiscono con l’enzima responsabile della produzione del grasso AA (enzima delta - 5 - desaturasi).

Come molti degli enzimi chiave dell’organismo anche il delta – 5 – desaturasi è modulato soprattutto da ormoni, in particolare dai due ormoni chiave del metabolismo energetico, insulina e glucagone, oltre che da un acido grasso omega 3, l’acido eicosapentaenoico (EPA).

Fino agli anni Venti soltanto in pochi casi la dieta degli occidentali conteneva un eccesso di acidi grassi omega 6 poiché le fonti principali di grassi alimentari erano olio di oliva e olio di pesce. In seguito però queste sostanze alimentari vennero sostituite da oli vegetali a basso costo (olio di mais, soia, girasole, cartamo) ricchi di acidi grassi omega 6. E quando nella dieta il contenuto di questi acidi grassi sale, produrre un eccesso di acido arachidonico diventa più probabile.

Allo stesso tempo la sociologia dei consumi conferma che si è assistito ad una netta riduzione nel consumo di acidi grassi omega 3, tra cui l’EPA che agisce inibendo parzialmente l’attività dell’enzima  delta - 5 – desaturasi.

L’improvviso squilibrio tra queste due famiglie di acidi grassi, omega 6 ed omega 3 (nuovo rapporto 20:1), ha causato un aumento improvviso della produzione di acido arachidonico e, quindi, un aggravamento dell’infiammazione silente.

Ma ciò che ha reso drammatica una situazione di per se già critica è stata la simultanea crescita della produzione di insulina, provocata dall’aumento del consumo di cibi ricchi di carboidrati raffinati come pasta, pane e prodotti da forno. Negli ultimi venticinque anni i consumi di carboidrati sono continuamente saliti. I carboidrati raffinati, costituiti essenzialmente da glucosio allo stato puro, quando entrano in circolo, stimolano la produzione dell’ormone insulina che a sua volta spinge l’enzima delta - 5 – desaturasi a produrre quantità sempre maggiori di acido arachidonico.

Ecco perché combinare un eccesso di acidi grassi omega 6 (con la contemporanea riduzione del consumo di omega 3 e di EPA) con un picco di insulina non fa altro che complicare la situazione.

Il risultato finale è un aumento dell’AA e conseguentemente un aumento dell’infiammazione silente. Assieme a questa si vanno diffondendo resistenza all’insulina e alla leptina (ormone anoressizzante mediatore della sazietà). Se a ciò si aggiunge ancora l’aumento degli endocannabinoidi (sostanze che stimolano l’appetito) la fame perenne è assicurata.

 

Diagnosi delle Intolleranze Alimentari: confronto fra metodi

- test immunoenzimatici: sfruttano la metodica ELISA (Enzime Linked Immunosorbent Assay). Questa metodica è da decenni ampiamente sfruttata nel campo della diagnostica medica, è normalmente utilizzata per la diagnosi di varie patologie (infettive, autoimmnuni, ematologiche…). La metodica dunque gode del più ampio favore della comunità scientifica.

Nel caso delle intolleranze/allergie alimentari, il metodo misura quali/quantitativamente le concentrazioni ematiche degli anticorpi IgG rivolti contro specifici estratti alimentari.

In particolare:

il siero del paziente viene messo a contatto con le proteine degli alimenti. Se nel siero sono presenti anticorpi (IgG) rivolti contro le proteine di un particolare alimento, questi vi si legheranno formando un complesso che sarà rivelato dall’aggiunta di un colorante specifico.

L’intensità della colorazione sarà proporzionale alle quantità di IgG specifiche presenti nel siero. Quindi il test non solo rivela la presenza di un’intolleranza alimentare, ma la quantifica.

Questo test è l’unico affidabile fra i molti che vengono proposti:

- la metodica ELISA è collaudata e scientificamente riconosciuta

- la procedura analitica è standardizzata in tutti i suoi aspetti

- il dosaggio degli anticorpi IgG per le allergie ritardate è stato scientificamente validato (Volpi e Maccari, 2009).

 

Nel caso delle reazioni avverse agli alimenti mediate da IgG, ad oggi la letteratura scientifica raccoglie svariate pubblicazioni internazionali che correlano la iper-produzione di IgG dirette verso antigeni alimentari con una serie di disturbi. Atkinson et al. 2004; Bernardi et al. 2008; Hofman 1995; Thiel 1991; Whorwell et al. 2004.

- Test Citotossico:

il sangue del paziente viene messo a contatto, su un vetrino, con gli alimenti. Se l’alimento è mal tollerato, i globuli bianchi subiscono modificazioni. Queste modificazioni vengono visualizzate al microscopio e classificate con 4 diversi gradi di intolleranza.

Il test non è attendibile per una serie di variabili:

- soggettività dell’analisi e scarsa ripetibilità (il risultato del test può variare a seconda dell’operatore che interpreta l’immagine al microscopio)

- tempi di incubazione del sangue con i diversi allergeni non standardizzati

- influenza dell’ambiente sul pH, la temperatura e l’osmolarità del sangue

Anche la automatizzata del test citotossico, chiamata Alcatest, sebbene abbia risolto il problema della standardizzazione, non è stata approvata dalla comunità scientifica.

Le prime pubblicazioni che discriminano la metodica citotossica risalgono già agli anni ’50 con Chambers et al. 1958. Ma anche negli anni successivi sono stati pubblicati lavori che screditano questa metodica, Benson e Arkins 1976; Lehman 1980; Stein 1975.

- Test DRIA:

test kinesiologico che comporta l’esposizione del paziente a vari alimenti. Dopo l’avvenuto contatto si misura la forza contrattile del muscolo quadricipite del. Una diminuzione della forza contrattile (valutata in % rispetto al 50% della forza massima) corrisponde a cattiva tolleranza nei confronti dell’alimento testato.

I dubbi su affidabilità e ripetibilità del test permangono, nonostante il test stesso sia di vasto impiego.

E’ improbabile che il paziente sia pienamente collaborativo (eserciti la stessa forza contrattile) per il tempo, non breve, necessario per testare decine di alimenti.

Inoltre, anziani e bambini possono risultare poco collaborativi vanificando l’oggettività e la riproducibilità del test.

Oltre a ciò la maggior parte delle intolleranze non si manifestano nell’immediato, anzi, sovente si manifestano a 48-72 ore dall’assunzione dell’alimento.

- Test elettrici come l'elettroagopuntura di Voll (EAV), il Bioscreening, il Biostrengt test, il Sarm test, il Moratest e il Vega Test, misurano lungo i meridiani classici dell’agopuntura cinese una microcorrente elettrica ricavata da elettrodi cutanei. Si basano sul presupposto secondo cui i potenziali elettrici cellulari subiscono una variazione, dopo stimolo allergico.

Sono divenuti popolari a causa della loro semplicità e non invasività.

Purtroppo fin dal 2001 è emersa la loro completa inaffidabilità Lewith et al. 2001.

In riferimento alle intolleranze alimentari, il principio che una reazione allergica modifichi il potenziale elettrico cutaneo non è mai stato scientificamente dimostrato. Inoltre, ripetendo l'esame più volte sullo stesso paziente si ottengono risultati del tutto differenti La scarsissima ripetibilità è uno dei motivi per i quali questi test non sono accettati dalla scienza ufficiale.

- Il Test del capello per le intolleranze alimentari si basa sul principio della biorisonanza.

In alcuni casi il test del capello viene definito test delle Biointolleranze, in altri Biotricotest.

E’ incomprensibile, ma alquanto fantasioso il principio sul quale si basano questi test che effettuano misure piuttosto astratte e poco ripetibili. Si afferma che le intolleranze vengono valutate attraverso la misura di risonanza dei capelli in conseguenza di campi di disturbo enzimatici, chimici o organici. Ma come si possono definire in maniera scientificamente accettabile i campi di disturbo? Cosa sono?

Come è noto nel capello vengono accumulati elementi minerali e metalli, ma anche la misura di questi elementi non può essere messa in relazione con l’intolleranza verso un alimento. Non esiste nessuna pubblicazione scientifica che validi questa metodica analitica, anzi si ritiene che non sia ripetibile e quindi del tutto inaffidabile e pericolosa se impiegata per la valutazione e la cura delle intolleranze alimentari.

- Pulse test: si basa sul fatto che un’intolleranza può modificare la frequenza cardiaca. Un test affine è il test cardio-auricolare, secondo cui l’alimento posto ad 1 cm dalla cute, se mal tollerato, dovrebbe provocare alterazioni del battito cardiaco. Anche per questa tipologia di test mancano prove scientifiche che ottemperino a criteri di riproducibilità e ripetibilità.

 

Escluso il test effettuatto in ELISA, per tutti gli altri si può affermare che l’impianto concettuale di tutti questi test è discutibile e ampiamente screditato dalla letteratura scientifica Lewith et al. 2001.

 

Come riconoscere la vera fame

Alleviare un disagio, la rabbia o la noia e la solitudine con il cibo può essere un fenomeno frequente. Il suo effetto può essere paragonato ad un ansiolitico o ad un antidepressivo.

In questo caso si tratta di “fame nervosa” o meglio detta “fame emotiva”…..mentale, psicologica.

La sua origine potrebbe anche essere legata alla nostra infanzia quando la nostra mamma per sedare il nostro pianto o qualche altro disagio ci portava al suo seno o ci forniva il biberon, impedendo così di distinguere la fame fisiologica da disagi di altra natura. Questo con il perdurare del tempo può dare origine al meccanismo perverso per cui ogni disagio soprattutto di tipo emotivo viene placato con il cibo.

La fame fisiologica:

- compare e aumenta lentamente;
- è sopportabile, controllabile;
- è una necessità concreta del nostro corpo di fornire energia;
- viene placata da qualsiasi tipo di cibo, anche da un pezzo di pane vecchio;
- se soddisfatta non esercita sensi di colpa;
- non viene condizionata dalla visione di alimenti invitanti.

La fame emotiva:
- compare improvvisamente e in modo intenso;
- ha bisogno impellente di essere soddisfatta con alimenti dalle caratteristiche tipicamente consolatorie (dolci come cioccolato o biscotti, salati come patatine o pizzette…);
- è più difficile da placare, poiché sussiste finchè si esaurisce l’impulso emotivo che l’ha scatenata
- se soddisfatta genera sensi di colpa;
- deriva da un bisogno psicologico;
- non può essere controllata con la sola forza di volontà;
- può essere scatenata dalla visione di pasticcini, torte, cioccolato, patatine e altro.

 Per iniziare a riconoscere la fame bisognerebbe chiedersi ogni volta che si sta per mangiare se si ha veramente fame.

Imparare a mangiare secondo la propria necessità fisica richiede tempo, pazienza e una conoscenza sempre più approfondita di se stessi.

 

"Drogati" di cibo, dipendenza da diete sbagliate

Alimenti molto golosi possono causare crisi da astinenza simili a quelli della "coca"

Ricercatori palermitani hanno scoperto che si può essere “drogati di cibo”, con sintomi molti simili a quelli di una tossicodipendenza, cioè con tanto di crisi di astinenza e “ricadute”, scoperta resa nota sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences.

Gli esperti studiando i comportamenti di topolini hanno visto che i cibi molto golosi e le diete fai da te, cominciate, poi interrotte e poi riprese di nuovo in modo del tutto disordinato, possono instaurare una dipendenza che si manifesta nel cervello con gli stessi meccanismi neurali installati da droghe come la cocaina.

Abbuffate, sensi di colpa, digiuni forzati e poi di nuovo abbuffate, sempre a base di cibi calorici e poco salutari, snack a non finire o megaporzioni del nostro piatto preferito: per molti questo comportamento ripetuto, compulsivo, è come una condanna da cui non ci si riesce a liberare, finendo per stare sempre a dieta ma senza  vedere mai i risultati sulla bilancia. Adesso i due scienziati, una coppia sia nel lavoro che nella vita, hanno scoperto cosa c’è dietro questo meccanismo perverso che si autoalimenta e non si può spezzare e che genera ansia, frustrazioni e rischio di obesità.

Gli esperti hanno studiato due gruppi di topolini, uno alimentato con la normale dieta da stabulario sette giorni su sette, l’altro invece alimentato per cinque giorni la settimana con questa dieta e per i restanti due con un’alimentazione a base di cioccolato. Al trascorrere delle settimane i topolini del secondo gruppo diventano sempre più golosi di cioccolato e sempre più refrattari al cibo normale che prima avevano sempre mangiato “senza storcere il musetto”. Così, nei cinque giorni di dieta normale, i topolini iniziano a mangiare meno, divenendo sempre più nervosi, ansiosi, mostrando comportamenti molto simili alla sindrome da astinenza da droghe. Quando arrivano poi i due giorni di dieta al cioccolato i roditori si abbuffano, e questo riesce a calmare il loro stato d’ansia.

I ricercatori hanno anche osservato cosa succede nel cervello dei topi quando questo circolo vizioso molto simile alle nostre diete yo yo si instaura ed hanno scoperto che a livello neurale si mette in moto lo stesso “circuito” attivato dalle sostanze di abuso. “A causare la sintomatologia dell’astinenza da cioccolato – ha spiegato Cottone – è l’attivazione del sistema del fattore di liberazione della corticotropina (CRF)” nell’area cerebrale di paura e stress, l’amigdala. Proprio come avviene quando si è in astinenza da droghe, nell’amigdala la produzione di CRF aumenta quando il cibo ghiotto viene negato ai topi; poi, non appena si rinnova l’accesso alla dieta al cioccolato, il sistema del CRF ritorna alle condizioni di base, e l’ansia associata si spegne, come se la dieta  zuccherina servisse ad alleviare le sintomatologia indotta dall’astinenza. Le diete yo yo, quindi, non solo sono inutili, ma sono anche pericolose perché possono portare a disturbi alimentari e dipendenze da cibo da cui è difficile uscire.

 

Nutraceutica e cibi funzionali

Una dieta varia e bilanciata, ricca di frutta e verdura, come suggerito ormai da anni dai vari esperti del campo della nutrizione, è da sempre riconosciuta come l’elisir di lunga vita. Tuttavia la vita frenetica dei nostri giorni ha fatto diminuire il tempo da dedicare al nostro benessere, favorendo l’affermarsi dei cibi spazzatura, carichi di calorie inutili, grassi nocivi, fritture. Sempre più frequentemente vengono quindi scelti questi alimenti per praticità, pigrizia e perché soddisfano il nostro palato... trascurando però il fatto che questi alimenti molto gustosi sono dannosi per la nostra salute.
Malattie come diabete, ipercolesterolemia, ipertensione, obesità e molte altre patologie nella maggior parte dei casi sono da ricercare in una cattiva alimentazione associata a uno stile di vita sedentario. 
È facilmente intuibile che esse possono essere sconfitte all’origine, prevenendole, preferendo al cibo spazzatura l’alimento funzionale, gettando via il telecomando o il mouse del PC e indossando tuta e scarpette da ginnastica.

Ecco alcuni dei nutraceutici più importanti:

Omega-3: abbassano i livelli plasmatici di trigliceridi, interferendo con la loro incorporazione a livello epatico. Per questo motivo possiedono un’importante azione antitrombotica. I cibi ricchi di omega-3 sono noci e olio di noci, pesci e olio di semi di lino

Omega-6: abbassano la colesterolemia riducendo i livelli plasmatici delle LDL. Questo beneficio, tuttavia, è in parte attenuato dal fatto che gli stessi acidi grassi omega-6 riducono anche il colesterolo “buono” HDL. I cibi ricchi di omega 6 sono l’olio di vinaccioli, olio di mais e di soia e la frutta secca

Acido linoleico: appartiene alla classe degli acidi grassi che sono i precursori chimici che il corpo usa per creare gli endocannabinoidi; svolge un ruolo importante nei meccanismi che regolano l’appetito. L’acido linoleico è presente in tutti gli oli vegetali, tra cui l’olio di girasole, olio di mais, olio di soia nonché in alcuni grassi di origine animale. L’acido linoleico è uno degli acidi grassi essenziali e appartiene al gruppo degli omega-6. Viene studiato il suo ruolo nella prevenzione e nel trattamento di diverse malattie, tra cui infarto, cancro, diabete,fibrosi cistica. Sembrerebbe sia implicato nell’abbassamento dei livelli di colesterolo nel sangue limitandone l’assorbimento intestinale

Acido ascorbico: avente elevate proprietà antiossidanti, tiene lontano sostanze tossiche come i radicali liberi, sintetizza aminoacidi, collagene e ormoni, rafforza i vasi sanguigni. La vitamina C è presente in frutta e verdura fresca (agrumi, fragole, frutti di bosco, kiwi, verdure a foglia verde)

Acido folico: sostanza fondamentale per il metabolismo di alcuni aminoacidi, fosfolipidi e la produzione di globuli rossi, per lo sviluppo neuropsichico e la sintesi del DNA. La possiamo trovare in alimenti come arance, fegato, legumi, riso, verdura a foglia verde e uova

Antocianine: sostanze che forniscono colori e sfumature alle piante (frutta e verdura compreso), facenti parte del gruppo dei cosiddetti bioflavonoidi. Oltre al tono cromatico forniscono protezione dagli agenti nocivi esterni. Risultano di aiuto alla salute dell’organismo umano poiché hanno un forte potere antiossidante. Si trovano in alimenti come barbabietole, cipolle, frutti di bosco e uva

Carotenoidi: classe di nutraceutici che comprende betacarotene, licopene e luteina, precursori della Vitamina A, con funzioni costitutive, mediatrici e protettive nei confronti dell’apparato visivo, dermico e immunitario. Sono presenti in frutta e verdura di colore arancione, giallo o rosso e a foglia verde

Polifenoli: costituiscono un gruppo eterogeneo di sostanze naturali, particolarmente note per la loro azione positiva sulla salute. In base alla loro struttura possono essere schematicamente distinti in tre diverse classi; fenoli semplici, flavonoidi e tannini. L’apporto di polifenoli nella dietaumana varia enormemente in relazione al tipo, alla quantità e alla qualità dei vegetali consumati. In ogni caso, l’assunzione giornaliera si aggira, di norma, a circa 1 g/die, tenuto conto che trattasi proprio delle molecole antiossidanti più rappresentate del regno vegetale. I polifenoli abbondano soprattutto nella frutta e nella verdura fresca, ma anche nel tè, nel vino, nel cacao e nei derivati. Le proprietà dei polifenoli possono essere riassunte in antiossidanti, antiaterogeni, antinfiammatorie e antibatteriche

Isoflavoni: composti di origine vegetale, facenti parte anch’essi, come le antocianine dei bioflavonoidi, con una sola differenza: sono privi di colore e presenti quasi esclusivamente nelle piante leguminose. Queste sostanze partecipano alla protezione da alcune forme cancerose sostituendosi agli estrogeni, come ad esempio nel tumore al seno. Gli isoflavoni inoltre contrastano il colesterolo “cattivo”, l’osteoporosi e gli effetti della menopausa. Posso essere reperibili, in alimenti come ceci, cereali integrali, fagioli, fave, finocchi, lenticchie e semi di soia

Licopene: ha una forte azione antiossidante e antitumorale, aiuta a prevenire le patologie cardiovascolari e neurodegenerative dovute all’invecchiamento, funzionando da anti-age naturale. Inoltre ha una peculiare azione di spazzino dei radicali liberi. Il licopene è presente in particolare nel pomodoro

Resveratrolo: sostanza di origine vegetale della famiglia dei polifenoli e dall’elevata proprietà antiossidante. Possiede importanti funzioni protettive nei confronti di malattie cardiovascolari. Lo possiamo trovare nella buccia dell’uva e nel vino (in percentuale maggiore nel vino rosso)

Steroli vegetali: abbassano il colesterolo “cattivo” e sono elementi essenziali della membrana cellulare. Essi possono essere assunti attraverso il consumo di vegetali come l’olio d’oliva, la soia, e il riso

Teanina e teine: posseggono una buona funzione stimolante e antistress; sono presenti nel tè

Fibra alimentare: pur non potendosi considerare un nutriente, la fibra alimentare esercita effetti di tipo funzionale e metabolico che la rendono una importante componente della dieta umana. Oltre che all’aumento del senso di sazietà e al miglioramento della funzionalità intestinale e dei disturbi a essa associati (stipsi, diverticolosi), l’introduzione di fibra con gli alimenti è stata messa in relazione alla riduzione del rischio di insorgenza di diverse malattie cronico-degenerative, in particolare i tumori al colon-retto (in parte spiegata dalla diluizione di eventuali sostanze cancerogene e dalla riduzione del loro tempo di contatto con la mucosa), il diabete e le malattie cardiovascolari, (in parte per la riduzione dei livelli di colesterolo nel sangue)

 
Elenco nutraceutici, dose giornaliera consigliata (RDA), e loro equivalente in alimenti.

 

 


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